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La gustosa commistione di generi e stili dà luogo a un linguaggio scenico vivace e spettacolare, assai godibile nonostante qualche ridondanza che ne dilata troppo la durata. Fra parrucche elaborate come piccoli teatrini e un personaggio che continua a sbucare da microscopici bauli.
L'Impresario delle Smirne è in fondo un testo anomalo, difficile da etichettare: non sviluppa una trama vera e propria, diciamo che è più un affresco satirico del teatro musicale dell'epoca, il graffiante ritratto di una fauna pettegola e capricciosa di «virtuose», di improbabili tenori, di maldestri poeti drammatici. Ed è soprattutto una desolata evocazione delle loro povere stanze di locanda, e dei profittatori, dei chissachì che con ogni pretesto vi si insinuano pretendendo di 'travestirsi' da nobili quali non sono
Ad agitare questa umanità fatua e patetica l'arrivo d'un ricco turco a Venezia che vuole formare una compagnia da far esibire nel suo Paese: tra cantanti, musici, sensali c'è grande fermento, le primedonne fanno a gara nell'alzare le loro richieste, sparlano ferocemente le une delle altre, fino a mettere in fuga l'aspirante impresario.
Il finale di tutto questo caos apre spiragli di speranza: con la somma lasciata dal mercante ottomano proveranno a organizzarsi tra loro, perché se la presenza di un finanziatore alimenta le pretese, «quando l'impresa è dei musici tutti sono rassegnati e faticano volentieri.